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FELICITÀ, INFELICITÀ E NIBBĀNA del venerabile Ajahn Sumedho

June 3, 2017

Dal libro "Now is the knowing" (forestsangha.org/teachings/books)

 

IL FINE ULTIMO della meditazione buddhista è il Nibbāna. Ci orientiamo verso la pace del Nibbāna, allontanandoci dalle complessità della sfera sensoriale, dai cicli infiniti dell’abitudine. Il Nibbāna è una meta realizzabile in questa vita, non è necessario aspettare fino al momento della morte per sapere se è reale.

I sensi e il mondo sensoriale sono governati da nascita e morte. Prendiamo ad esempio la vista: dipende da così tanti fattori, se è giorno o notte, se gli occhi sono sani oppure no, e così via. Eppure ci attacchiamo moltissimo ai colori, alle figure e alle forme che percepiamo con gli occhi, e ci identifichiamo con essi. Poi ci sono le orecchie e i suoni: quando udiamo dei suoni piacevoli cerchiamo di trattenerli, e quando udiamo dei suoni spiacevoli cerchiamo di allontanarcene. Con l’olfatto ricerchiamo il piacere di profumi e odori gradevoli, cercando di sottrarci a quelli sgradevoli. È lo stesso con i sapori: ricerchiamo i sapori deliziosi e facciamo di tutto per evitare quelli cattivi. E con il tatto: quanta parte della nostra vita trascorriamo cercando di sfuggire al disagio e al dolore fisico, alla ricerca di sensazioni fisiche appaganti? Infine c’è il pensiero, la coscienza discriminante: può arrecarci molto piacere o molta angoscia.

Questi sono i sensi, il mondo sensoriale. È il mondo composto di nascita e morte. La sua stessa natura è dukkha, è imperfetto e insoddisfacente. Non potremo mai trovare felicità, gioia o pace perfette nel mondo sensoriale, che porterà sempre ad afflizione e morte. Il mondo dei sensi è insoddisfacente, dunque ci fa soffrire solo quando pensiamo ci debba soddisfare. Ci fa soffrire quando pretendiamo che ci dia più di quanto possa dare, cose come sicurezza e felicità durature, amore e certezze durature, sperando in una vita fatta di solo piacere e senza sofferenza. “Se solo potessimo fare a meno di infermità e malanni e riuscissimo a sconfiggere la vecchiaia!”.

Mi ricordo che vent’anni fa negli Stati Uniti la gente era fiduciosa che la scienza moderna sarebbe stata in grado di eliminare tutte le malattie. Si diceva: “Tutte le malattie mentali sono dovute a squilibri chimici. Se soltanto riusciamo a trovare le giuste combinazioni chimiche e le iniettiamo nel corpo la schizofrenia scomparirà”. Non ci sarebbero più stati mal di testa o mal di schiena. Avremmo gradualmente sostituito tutti i nostri organi interni con dei begli organi di plastica. Ho persino letto in una rivista medica australiana come sperassero di sconfiggere la vecchiaia! Con la crescita della popolazione mondiale avremmo continuato ad avere sempre più bambini, e nessuno sarebbe invecchiato o morto. Pensate che caos sarebbe stato!

Il mondo sensoriale è insoddisfacente ed è così che dev’essere. Quando costituisce un attaccamento, ci porta all’afflizione – perché attaccamento vuol dire che vogliamo che sia soddisfacente, vogliamo che ci appaghi che ci renda contenti, felici e al sicuro. Ma osservate la natura della felicità: quanto a lungo si può rimanere felici? Cos’è la felicità? Si potrebbe supporre che sia come ti senti quando ottieni ciò che desideri. Qualcuno dice qualcosa che ti è gradito, e ti senti felice. Qualcuno dice qualcosa che approvi, e ti senti felice. Il sole splende e ti senti felice. Qualcuno prepara del buon cibo e te lo serve, e sei felice. Ma quanto a lungo puoi restare felice? Dobbiamo sempre dipendere dal fatto che il sole splenda? In Inghilterra il clima è molto variabile: in questo paese una felicità che dipendesse dal fatto che il sole splenda sarebbe ovviamente molto impermanente e insoddisfacente!

Infelicità è non ottenere ciò che vogliamo: volere la presenza del sole quando fa freddo, è umido e piove; quando le persone fanno cose che non approviamo; se abbiamo di fronte del cibo che non è delizioso, e così via. La vita diventa noiosa e opprimente quando siamo infelici con ciò che ci offre. Così felicità e infelicità dipendono molto dal fatto che si ottenga ciò che si vuole, o che si ottenga ciò che non si vuole.

Ma per la maggior parte delle persone lo scopo della loro vita è la felicità. La Costituzione Americana mi sembra che parli del “diritto al perseguimento della felicità”. Ottenere ciò che vogliamo, ciò di cui riteniamo avere diritto, diventa lo scopo della nostra vita. Ma la felicità porta sempre all’infelicità, perché è impermanente. Quanto a lungo si può davvero essere felici? Cercare di organizzare, controllare e manipolare le condizioni in modo da ottenere sempre ciò che desideriamo, udire sempre ciò che vogliamo udire, vedere sempre ciò che vogliamo vedere, così da non dover mai provare infelicità o afflizione, è un’impresa impossibile. È impossibile, no? La felicità è insoddisfacente, è dukkha. Non è qualcosa da cui dipendere, o da trasformare nello scopo della propria esistenza. La felicità sarà sempre deludente, perché dura così poco e poi è seguita dall’infelicità. Dipende sempre da così tante condizioni. Ci sentiamo felici quando siamo in buona salute, ma i nostri corpi umani sono soggetti a rapidi cambiamenti e quella salute può svanire molto velocemente. Allora ci sentiamo terribilmente infelici, perché siamo malati e abbiamo perso il piacere che provavamo quando ci sentivamo pieni di energia e vigore.

Perciò lo scopo del Buddhismo non è la felicità, perché comprendiamo che la felicità è insoddisfacente. Il vero obiettivo si trova lontano dal mondo sensoriale. Non si tratta di un rifiuto del mondo sensoriale, ma avendolo compreso così bene non lo ricerchiamo più come un obiettivo in sé. Non ci aspettiamo più che il mondo sensoriale ci appaghi. Non pretendiamo più che la coscienza sensoriale sia altro che una condizione esistente da utilizzare in modo abile secondo il tempo e il luogo. Non proviamo più attaccamento nei suoi confronti, esigendo che l’impatto dei sensi sia sempre piacevole, affliggendoci e angosciandoci quando è spiacevole. Il Nibbāna non è uno stato di assenza, una trance in cui ci si annulla completamente. Non è una inesistenza o un annichilimento: è come uno spazio. È entrare nello spazio della mente in cui non c’è più attaccamento, in cui non si è più tratti in inganno dall’apparenza delle cose. Non si pretende più nulla dal mondo sensoriale, lo si riconosce semplicemente mentre sorge e svanisce.

Essere nati nella condizione umana vuol dire che dobbiamo inevitabilmente sperimentare vecchiaia, malattia e morte. Un giorno una giovane donna venne al nostro monastero in Inghilterra con il suo bimbo piccolo il quale da una settimana si era ammalato, squassato da un’orribile tosse. La donna sembrava terribilmente depressa e angosciata. Mentre era seduta nella sala d’accoglienza il bambino in braccio alla madre diventò paonazzo, cominciando a strillare e tossire orribilmente. La donna disse: “Venerabile Sumedho, perché deve soffrire così? Non ha mai fatto del male a nessuno, non ha mai fatto qualcosa di sbagliato. Allora perché? Cos’ha fatto in una vita precedente per dovere soffrire così?”. Stava soffrendo perché era nato! Se non fosse nato non avrebbe dovuto soffrire. Quando nasciamo dobbiamo aspettarci queste situazioni. Avere un corpo umano vuol dire che dobbiamo sperimentare malattia, dolore, vecchiaia e morte. Questa è una riflessione importante. Possiamo presumere che forse in una vita precedente quel bambino si divertisse a soffocare cani e gatti, o qualcosa di simile, e che in questa vita dovesse pagare per quello che aveva compiuto, ma sarebbe solo una congettura che non ci aiuterebbe veramente. Ciò che possiamo sapere è che si tratta del risultato kammico per il fatto di essere nati. Ognuno di noi deve inevitabilmente sperimentare malattia e sofferenza, fame e sete, il processo di invecchiamento dei nostri corpi e la morte. È la legge del kamma. Ciò che ha inizio deve avere una fine; ciò che nasce deve morire; ciò che è unito si deve separare.

Questo non vuol dire essere pessimisti: stiamo osservando le cose per quello che sono, dunque non ci aspettiamo che la vita sia diversa da quella che è. In questo modo la possiamo affrontare, sopportandola quando è difficile e rallegrandocene quando è piacevole. Se comprendiamo la vita possiamo goderne, senza esserne le vittime impotenti. C’è così tanta sofferenza nell’esistenza umana perché pretendiamo che la vita sia diversa da quella che è! Abbiamo tutte queste idee romantiche, che incontreremo la persona giusta, ci innamoreremo e vivremo per sempre felici e contenti, non litigheremo mai e avremo una relazione meravigliosa. Ma… e la morte? Allora pensiamo: “Beh, forse moriremo contemporaneamente”. Questa è una speranza, dico bene? Si spera, e poi ci si dispera quando la persona amata muore prima di te, o scappa con lo spazzino o il commesso viaggiatore.

Si può imparare moltissimo dai bambini piccoli, perché non nascondono ciò che provano, ma esprimono soltanto ciò che sentono in quel momento: quando sono infelici cominciano a piangere, e quando sono felici ridono. Qualche tempo fa sono andato assieme a un laico a casa sua. Quando siamo arrivati, la sua figlioletta era felicissima di vederlo. Poi lui le ha detto: “Devo portare il Venerabile Sumedho all’Università del Sussex per un discorso”. Mentre stavamo uscendo dalla porta la bimba diventò tutta rossa in volto e cominciò a strillare disperata, così il padre le disse: “Va tutto bene, sarò di ritorno entro un’ora”, ma la bambina non era abbastanza grande da capire: “Tornerò entro un’ora”. L’immediatezza della separazione dalla persona amata significava angoscia immediata.

Osservate quante volte nella nostra vita soffriamo in questo modo nel doverci separare da qualcosa che ci piace o da qualcuno che amiamo, o nel dover lasciare un posto in cui ci piace stare. Quando si è veramente consapevoli si può riconoscere quella sensazione del non volersi separare, e quella sofferenza. Da adulti, se sappiamo che possiamo tornare, possiamo lasciarla andare subito, sapendo però che è pur sempre lì. Dallo scorso novembre a marzo ho viaggiato in tutto il mondo e, arrivando in un aeroporto, ho sempre trovato qualcuno che mi salutava con un “Salve!”. Poi, alcuni giorni dopo, c’era un “Arrivederci!”, e sempre quell’auspicio “Ritorna”, e io dicevo “Sì, tornerò”… impegnandomi per l’anno successivo a rifare la stessa cosa. Non siamo capaci di dire “Addio per sempre” a qualcuno che ci piace, no